ECOVILLAGGIO (un economia diversa dal lato più umano)

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Torri Superiore, la frazione più alta del comune di Torri, è un piccolo borgo, coeso ed arroccato, a pochi chilometri da Ventimiglia. Rimasto a lungo in stato di totale abbandono (ad eccezione di una famiglia che ne abitava e ne abita tuttora una casa) viene fatto oggetto, sul finire degli anni ’80, di un’iniziativa di recupero.
Una donna originaria di Torri ne acquista, assieme al compagno, una buona porzione. Si innesterà presto un processo di contagio che indurrà anche altre persone a coinvolgersi, in vari modi, nel progetto.
In breve viene fondata un’associazione (Associazione Culturale Torri Superiore), con l’esplicito obiettivo di ripristinare, a scopo esplicitamente abitativo, i vecchi alloggi. Come spesso accade ci saranno, nel tempo, molti avvicendamenti e sostituzioni ed oggi, dei soci originari, non è rimasto quasi nessuno.

Anno dopo anno le case di Torri Superiore vengono quasi tutte acquistate e divise tra i singoli soci e l’associazione. Se ne ricavano dunque appartamenti privati (compresi tra i 28 e gli 80 metri quadri) e locali comuni. Al momento vivono stabilmente nel borgo -in parte ristrutturato, per quanto c’è la prospettiva di dover lavorare ancora 15 anni per ultimarne integralmente il recupero- 11 adulti (italiani e tedeschi), un adolescente e 4 bambini, cui si affiancano altri 15-20 soci che lo abitano più o meno saltuariamente.

L’ecovillaggio, offrendo corsi residenziali (permacultura e ceramica i più gettonati) ed ospitalità in una foresteria, dà qualche opportunità di lavoro ai propri membri, la maggior parte dei quali, tuttavia, mantiene impieghi esterni.
Scendendo nello specifico, l’attività recettiva viene gestita da una cooperativa in cui lavorano sei soci, cinque dei quali risiedono in pianta stabile nell’ecovillaggio.  Può essere interessante segnalare, inoltre, che fino al 2004 il Regional Office europeo del GEN (che cambia sede ogni tre anni) era a Torri Superiore e dava lavoro a tempo pieno a tre residenti.

L’economia interna è di tipo misto; ciascuno è padrone del proprio reddito, fatta salva una quota che viene versata in una “cassa-alimenti” per finanziare i pasti comuni, le utenze di riscaldamento ed elettricità e l’ammortamento di vari acquisti. Nei due ettari di terra di proprietà dell’associazione viene praticata un po’ di agricoltura biologica, quel tanto che basta per soddisfare la domanda interna di olio ed ortaggi.
“Nel tempo abbiamo abbandonato l’idea della vendita”, mi diceva Lucilla (responsabile europea del GEN dal 2001 al 2004), “perché ci siamo resi conto che ha molto più senso produrre per autoconsumo che per vendere e poi comprare la roba fuori”.  Lucilla ha relazionato al meeting “Ecovillaggi e decrescita felice1” nell’ambito della fiera Fà la cosa giusta a Milano nel marzo 2005.

Forte di circa quindici anni di esperienza diretta, ha sottolineato quanto
decidere di vivere in un ecovillaggio possa avere notevoli vantaggi tanto per le singole persone quanto per l’ecosistema tutto.
Riassumendo il contenuto del suo intervento, la vita di una comunità intenzionale ed ecosostenibile ha senz’altro un impatto ambientale minore di quella, atomizzata, di un comune condominio. Basti pensare che venti o trenta persone che vivono in un ecovillaggio hanno modo di utilizzare un minor numero di elettrodomestici, probabilmente anche di automobili e di prodotti di vario genere (dal computer alle attrezzature agricole) rispetto ad altrettante, segmentate in gruppi familiari. In altre parole se in un ecovillaggio un frigorifero, una lavatrice, una cucina vengono utilizzate da 10 o 20 persone con un considerevole risparmio energetico, in una famiglia coloro che usufruiscono degli stessi prodotti possono essere (stando ai parametri più comuni) due, tre, massimo cinque.
Allo stesso tempo vivere in un ecovillaggio può essere un ottimo antidoto alla noia ed alla depressione e rappresenta “un considerevole serbatoio di senso”. Io stesso ho potuto verificare direttamente che, in un contesto comunitario, c’è sempre qualcosa da imparare; ogni genere di lavoro tende ad essere svolto in completa autogestione, le altre persone sono una fonte inesauribile di stimoli e, con la loro stessa presenza, costringono ad un continuo e formativo lavoro di mediazione.

È inoltre degno di nota che un nucleo comunitario di oltre quindici persone è particolarmente facilitato a consumare in maniera diversa, ad acquistare all’ingrosso direttamente dai produttori locali disincentivando, nel suo piccolo, i trasporti lunghi, inutili ed inquinanti della distribuzione ordinaria.
Dopo anni di vita in comune, diceva non senza soddisfazione Lucilla, nell’ecovillaggio di Torri Superiore le persone hanno imparato a fare davvero tante cose: lavori in muratura, lavori idraulici, elettrici e di falegnameria, sanno coltivare -con criteri biologici e di permacultura- piccoli appezzamenti di terreno, allevare piccoli animali, cucinare per circa 30 persone, produrre yogurth, pane, pastasciutta, formaggio, conserve, oggetti in ceramica, sapone e creme.
Infine, a Torri superiore non si ricorre al barbiere per tagliare ed acconciare i capelli, né al sarto per cucire i vestiti mentre la lana viene regolarmente lavorata all’uncinetto. 

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